Sulla Richardson Highway, a nord di Valdez, Alaska
La Richardson Highway, ritenuta una delle strade più spettacolari del mondo, corre parallela al fiume Tiekel che si snoda sinuoso attraverso un canyon roccioso. La strada vanta non meno di venticinque punti panoramici nei primi cinquanta chilometri a nord di Valdez. In alcuni punti la valle ha una larghezza appena sufficiente per il fiume e per una strada a due corsie, in altri si apre su un suggestivo scenario di pascoli alpini e valli laterali con viste mozzafiato sulle montagne Chugach e sul ghiacciaio Worthington. L’autostrada attraversava anche il Thompson Pass, un passo alto circa 800 metri, famoso per tre primati legati alla quantità di precipitazioni nevose: stagionale, mensile e giornaliero. Nel 1955, in un solo giorno, il passo rimase sepolto sotto quasi due metri di neve. Ma quella sera non sarebbe stato battuto nessun record. La neve si mescolava alla pioggia generando una poltiglia gelida che schizzava ovunque al passaggio dei pesanti pneumatici da neve di un’autocisterna in viaggio verso nord.
L’autista dell’enorme cisterna non poteva godersi la bellezza del viaggio perché i potenti fari non riuscivano a penetrare la fitta bufera scoprendo le rocce maestose e il panorama che si apriva a destra e a sinistra. Ogni tanto, una delle tante cascate non ancora ghiacciata dal clima insolitamente rigido biancheggiava contro il nero della notte, ma lui aveva occhi solo per il nastro scuro steso davanti al muso del suo camion.
Brock Holt non era un uomo felice, nonostante la musica country che usciva a tutto volume dalle otto casse acustiche della cabina, e non era neanche particolarmente preoccupato per le condizioni della strada. Per un nativo del Prince William Sound una bufera come quella era solo una seccatura di poco conto. Quello che lo impensieriva era il carico di benzina Petromax, quasi trentacinquemila litri, proprio dietro di lui, nella cisterna. Non era previsto che dovesse fare quel viaggio dal deposito di Anchorage prima di due giorni, ma probabilmente l’arrivo di tutti quei giornalisti aveva vuotato le stazioni di servizio attorno a Valdez. Il suo capo aveva insistito che quel viaggio imprevisto era necessario, ma quando lui si era presentato alle stazioni di servizio della Petromax scoprì che nessuno aveva chiamato. Gli dissero anzi che probabilmente non avrebbero neanche avuto bisogno del carico abituale.
I proprietari delle stazioni si lamentavano che un gruppo ambientalista li aveva presi di mira con una serie di proteste e di boicottaggi. Mentre le altre pompe in città stavano lavorando a pieno ritmo, complessivamente quelle della Petromax avevano venduto al massimo duecentocinquanta litri alla settimana. Probabilmente il suo capo doveva aver immaginato che se le altre pompe stavano lavorando a pieno ritmo, lo stesso doveva accadere per la Petromax. “Che casino” esclamò mentre affrontava il lungo viaggio per tornare a nord, ansioso di mangiarsi il responsabile di zona, Hank Kelso.
Holt si stava perdendo una replica televisiva dei Country Music Awards, e si consolò scegliendo un altro CD dalla collezione che aveva inserito nello stereo del camion. La sua sola magrissima consolazione era che in una notte come quella il traffico era praticamente inesistente. Guidava spingendo al massimo, nella vana speranza di riuscire a vedere il gran finale dello spettacolo subito prima di mezzanotte.
Sul pendio del Thompson Pass, all’imboccatura di una stradina secondaria sterrata che dava sul ghiacciaio Worthington a una cinquantina di chilometri da Valdez, un Range Rover giallo con un logo sulle portiere aspettava con i fari spenti e il motore al minimo per far funzionare il riscaldamento. L’unico segno che il veicolo era occupato erano i vetri appannati dal respiro dei passeggeri. Il Rover era lì da talmente tanto tempo che le tracce dei pneumatici erano state completamente coperte dalla neve che aveva continuato a cadere senza sosta.
Due dei tre uomini presenti nel veicolo erano piuttosto agitati e da oltre due ore stavano sui lussuosi sedili di pelle, sospirando di tanto in tanto, muovendosi e scrutando il telefono cellulare montato sotto il cruscotto con la speranza che squillasse. Il terzo uomo, l’autista, se ne stava pacificamente seduto a osservare la bufera, seguendo con lo sguardo i singoli fiocchi di neve come se per atterrare avessero bisogno del suo permesso. L’intensità dei suoi occhi azzurri sembrava scioglierli appena si posavano.
Le sue mani muscolose e abbronzate erano posate sul volante, e solo il picchiettio dell’indice tradiva la sua ansia. Aveva bei lineamenti e un’espressione di ghiaccio. Gli altri due uomini avevano addosso vari strati di lana, nylon e Gore-tex, ma lui indossava solo un maglione norvegese a girocollo e un paio di jeans. Nell’abitacolo del Range Rover i suoi compagni tremavano di freddo e brontolavano, ma lui il freddo non lo sentiva neanche. Per lui era qualcosa da accogliere, non da tenere alla larga.
La natura non doveva essere affrontata come un nemico da combattere, ma andava goduta. Combatterla serviva solo a creare un antagonismo che l’avrebbe costretta a essere ancora più ostile. Diceva spesso che ogni volta che cerchiamo di manifestare il dominio sulla natura, essa si oppone con maggiore veemenza. Per lui era più sensato accettarne la forza vitale e onorarne la magnificenza.
Aveva tentato di spiegarlo anche ai suoi uomini, ma erano in pochi ad aver capito. Effettivamente qualcuno lo seguiva quando andava a nuotare nelle gelide acque artiche o quando attraversava deserti implacabili, ma era più uno sforzo di volontà che autentica condivisione: un modo per dimostrare che erano in grado di reggere le peggiori condizioni naturali possibili. Affrontavano gli elementi non come servitori ma come loro pari. Per lui invece le sue azioni erano una forma superiore di culto. Trovarsi davanti alle forze della Natura significava trovarsi al cospetto di Dio stesso.
L’unica che capiva veramente e che guardava alla Natura proprio come lui era Aggie. Le onde che si infrangono nel freddo inverno su una scogliera desolata, o una pioggia così violenta da impedire il respiro, erano forze che solo lei sapeva apprezzare, perché vedeva in esse la più alta espressione della perfezione. Lasciava agli altri l’emozione di un’opera di Picasso o della Cappella Sistina, opere fatte dall’uomo e perciò intrinsecamente imperfette. Loro due impallidivano davanti alla bellezza perfetta di un tramonto tropicale o di una barriera corallina. Aggie gli credeva quando lui diceva che l’umanità era cambiata così tanto dalla sua condizione originale che si era trasformata in una minaccia per il pianeta. Non batteva ciglio quando lui diceva che se la fine della nostra esistenza è il prezzo da pagare per salare la terra, ben venga.
Il telefono emise un trillo sommesso e gli uomini dentro il Range Rover sobbalzarono. Era da troppo tempo che aspettavano. Non era necessario rispondere alla chiamata. La loro vedetta aveva già riattaccato e stava lasciando la sua postazione in cima al Thompson Pass per tornare a Valdez.
Uscirono dal veicolo senza parlare, stiracchiandosi per sciogliere i crampi dopo tutte quelle ore di immobilità. L’autista aprì il portellone posteriore del baule che conteneva alcune taniche di plastica rossa da quindici litri caricate a Valdez. Ogni tanica pesava quindici chili e mentre i due uomini ne sollevavano faticosamente due ciascuno, l’autista portava le sue senza fatica.
La tempesta imperversava senza pietà, la neve e il vento li colpivano mentre attraversavano il parcheggio dirigendosi verso la corsia di emergenza della Richardson Highway. Avevano scelto quel luogo per due motivi: era il punto più ripido della discesa dal Thompson Pass e la strada curvava bruscamente verso le ripide rive del Tiekel, una decina di metri più sotto.
I loro gesti erano calcolati e composti. La chiamata del palo era il segnale che la cisterna della Petromax aveva appena raggiunto il punto più alto del passo e non c’erano altri mezzi in arrivo. Ognuno di loro vuotò le sue taniche d’acqua in un punto preciso della strada che si trasformò in pochi secondi in una lastra di ghiaccio nero e invisibile, ma siccome non era una garanzia sufficiente che il camion sarebbe slittato e avrebbe perso il controllo, dovevano tornare nell’auto prima che il camion-cisterna apparisse sulla strada e stare pronti a intervenire.
“Sbrigatevi” disse l’autista, anche se dalle prove che avevano fatto sapeva che avevano ancora qualche minuto.
Vuotarono l’ultima tanica e l’acqua scivolò per qualche istante verso il basso prima di rallentare addensandosi come melassa fino a gelare. I tre uomini si precipitarono verso il Rover e l’autista ingranò la marcia mentre si sistemava sul sedile. I suoi compagni brontolarono per il brutto tempo e si scrollarono la neve, mentre i loro volti assumevano un’espressione di attesa un po’ infantile. Per loro era come un gioco, un’innocente birichinata.
L’uomo che stava alla guida era più vecchio di una quindicina d’anni e più saggio di un paio di secoli, e sapeva bene qual era la posta in gioco. Era pienamente consapevole di ciò che avevano appena fatto e dentro di sé avrebbe voluto che anche loro lo fossero.
Brock Holt portò l’autotreno in cima al passo e ingranò una marcia più alta. Aveva percorso quella strada così tante volte negli ultimi sei anni che sapeva che per un paio di chilometri non avrebbe avuto bisogno di scalare, almeno fino a quando la strada non cominciava a scendere più ripida verso la gola. Da quando aveva lasciato Valdez la bufera era peggiorata, ma non tanto da farlo preoccupare. Teneva una mano sul volante e con l’altra stava tirando fuori dal pacchetto lasciato sul cruscotto una gomma da masticare. La mascella barbuta si muoveva ritmicamente mentre masticava e canticchiava la canzone che suonava in sottofondo. L’orologio digitale del cruscotto gli stava dicendo che forse sarebbe riuscito ad arrivare ad Anchorage in tempo per godersi la fine del suo spettacolo sul piccolo televisore in bianco e nero nell’ufficio di Hank Kelso.
La strada iniziò a scendere e Brock scalò le marce, con il pesante diesel che muggiva sotto lo sforzo del motore che rallentava. Nelle sue mani il volante era una creatura viva che girava e si contorceva mentre lui portava quel bestione giù dal Thompson Pass. Mentre la strada si faceva più ripida scalò un’altra marcia rallentando ancora, guidando con cautela. Quando le ruote anteriori toccarono la lastra di ghiaccio nero, stava viaggiando a una velocità sufficientemente bassa da correggere la breve scivolata, ma la lastra era molto più estesa di quanto gli fosse mai capitato.
La motrice cominciò a perdere la presa e Holt sentì che le ruote stavano girando a vuoto sulla superficie viscida, ma non aveva altra scelta che girare il volante per infilare la curva che si stava avvicinando troppo velocemente. Alleggerì i freni e inserì una marcia più bassa, usando il motore per recuperare un minimo di trazione che gli permettesse di tenere il camion in carreggiata. Mentre il camion iniziava a rispondergli, si accorse che il cuore gli si era spostato dal petto e gli batteva in gola. Per una frazione di secondo aveva quasi perso il controllo, ma aveva recuperato il camion imbrigliandolo come un cavallo selvaggio.
Fu allora che vide il Range Rover giallo uscire da una strada laterale e sfrecciare verso di lui.
D’istinto pestò il freno con tutte le sue forze, mandando il pedale a fine corsa. Mentre malediceva l’idiota che stava alla guida dell’altro veicolo sentì che il suo mezzo stava di nuovo perdendo il controllo. Il movimento in avanti dell’enorme cisterna era inarrestabile. Il rimorchio cominciò a sbandare e a tirare la motrice verso il bordo della strada formando un angolo ottuso. Con la stessa velocità con cui gli si era piazzato davanti, il Range Rover si spostò dalla traiettoria del camion impazzito, ma per Brock Holt era troppo tardi.
La motrice ora era perpendicolare al rimorchio e stava precipitando giù per la strada trascinata dalla gravità, con le ruote che slittavano sull’asfalto ghiacciato. Il guardrail che separava l’autostrada dal mortale strapiombo sul fiume era una sottile striscia di acciaio, patetica davanti alla mole spaventosa del veicolo. Mentre scivolava, Brock cercò di sterzare e di raddrizzare la motrice, ma il rimorchio, con le sue ventotto tonnellate di benzina, spingeva inarrestabile sfuggendo al controllo. Nella sua folle discesa lungo la strada il paraurti anteriore della motrice sfiorava l’estremità arrotondata della cisterna.
In un ultimo disperato tentativo, Brock Holt pestò sull’acceleratore sperando di riuscire a far girare il rimorchio e a rimetterlo in linea con la motrice. Per un pelo non ci riuscì. Le ruote motrici erano già fuori dalla superficie ghiacciata e iniziarono a tirare il rimorchio riprendendo il controllo. Se la curva fosse stata cento metri più avanti, ce l’avrebbe fatta. Il retro della motrice picchiò contro il guardrail piegando la lamiera, che un istante dopo cedette completamente all’impatto del pesante rimorchio.
Con un fragore lacerante la cisterna volò oltre il guardrail di lamiera che si accartocciò attorno alle ruote. Rotolando, la cabina colpì una roccia e il rimorchio si squarciò e rotolò di nuovo creando un’enorme getto di benzina che inondò le rocce scure e il fiume sottostante con una mitragliata di spruzzi. La girandola di spruzzi si arrestò quando le due metà del rimorchio si ricongiunsero e le quaranta tonnellate dell’autotreno iniziarono a scivolare verso il fiume nero scavando un enorme solco nel terreno.
I due passeggeri del Range Rover spalancarono le portiere per scendere, ma l’autista ordinò loro di stare fermi. Mise la retro e tornò lentamente fuori dal parcheggio fino a quando tutte le ruote furono sulla carreggiata della Richardson Highway, riposizionandosi sulle impronte precedenti, per poi avanzare di nuovo lentamente in modo che sembrasse che il veicolo fosse appena entrato nel parcheggio.
“La fiaschetta” disse mentre spegneva il motore.
Il passeggero che stava sul sedile posteriore si girò per sfilare una fiaschetta d’argento da sotto la giacca a vento. Versò lentamente una piccola quantità di un liquido dall’odore pungente in ciascuna delle sei taniche e poi la rimise in tasca. Fu sufficiente agitare un poco le taniche per rivestire con il liquido il loro interno.
“Calatevi nella parte” li redarguì l’autista. “Abbiamo appena assistito a un orribile incidente e siamo i primi ad arrivare sul posto. State attenti a lasciare impronte nella neve che mostrino la fretta con cui vi avvicinate per soccorrere l’autista della cisterna. E adesso, andiamo.”
Si lanciarono fuori dal Range Rover, trascinando un po’ i piedi come se fossero scioccati e poi attraversarono la strada correndo in direzione del guardrail sfondato. Già a cinquanta metri dal precipizio le prime zaffate nauseanti di odore di benzina li attanagliarono alla gola. Guardando dal ciglio della voragine sembrava che un gigante armato di ascia avesse colpito la terra: le rocce, la terra smossa e la tenace vegetazione che cresceva lungo il pendio erano state scaraventate di lato dal camion che precipitava.
L’autotreno era in mezzo al fiume e sembrava un enorme scarabeo rovesciato. Il rimorchio era il lucido carapace e le ruote maciullate che si muovevano ancora sugli assi deformati erano le zampe. A valle del camion distrutto e illuminato dai potenti fasci di luce delle torce che tutti e tre puntavano verso il basso, il denso fiume di benzina sgorgava dall’enorme cisterna. Da quella posizione non riuscivano a vedere che fine avesse fatto l’autista, poiché le torce non riuscivano a far luce sulla cabina.
“Controllate che sia morto” disse l’autista, lasciando capire che se per caso l’uomo fosse miracolosamente sopravvissuto, avrebbero dovuto ucciderlo e non salvarlo. “Vado a chiamare la polizia.”
Ritornò al Range Rover illuminando con la torcia il logo stampato sulla portiera. Era composto da un mappamondo disegnato nei minimi dettagli, con tutti i continenti e le linee di costa perfettamente tracciati, ma il mondo era tagliato a segmenti come la scorza di un’arancia tagliata per sbucciarla seguendo le fette. Era un’immagine inquietante che trasmetteva il rispetto per il pianeta e la preoccupazione per il suo futuro. Subito sotto campeggiava a lettere cubitali la scritta PEAL. Chiamò il 911, il numero delle emergenze, e in un secondo era in linea con la stazione di polizia di Valdez.
“Buonasera. Sono il dottor Jan Voerhoven. Ho appena assistito a un incidente sulla Richardson Highway.”
La polizia ci mise un’ora ad arrivare con due auto e un’ambulanza. Voerhoven aveva assicurato alle autorità che non c’era urgenza poiché non c’erano sopravvissuti. A pochi istanti dall’arrivo della polizia, quattro furgoni attrezzati per i collegamenti satellitari si piazzarono rombando nel parcheggio, ognuno con stampato il logo di una rete televisiva. Voerhoven sorrise tra sé quando vide arrivare il primo furgone. Perfetto. I media erano in ascolto sulle frequenze della polizia, proprio come aveva previsto.
Vista la reputazione di cui godeva la PEAL, la polizia fece una miriade di domande su ogni dettaglio. Due agenti studiarono le tracce delle ruote del Range Rover dall’autostrada fino al punto in cui era stato parcheggiato ed esaminarono le impronte dei tre uomini nella neve. Sembrarono credere a Voerhoven, che riferì che erano diretti a Valdez quando videro l’autotreno perdere il controllo.
L’ufficiale in comando, un omone informe con un enorme naso rosso, e forse non a causa del freddo, chiese a uno degli uomini di Voerhoen di aprire le sei taniche che stavano nel bagagliaio. Le annusò una per una, per confermare che l’auto della PEAL trasportava il suo carburante speciale, una miscela ecologica di benzina ed etanolo, che non era più in commercio dalla crisi petrolifera degli anni settanta. Le poche gocce di miscela versate nelle taniche avevano lasciato un odore sufficientemente pungente da convincere l’agente che erano state usate per trasportare il combustibile.
Quella meticolosa attenzione ai dettagli era sempre stata la carta vincente di Voerhoven per far sì che la PEAL, nonostante fosse perennemente sospettata, raramente venisse ritenuta responsabile delle azioni che compiva.
Appena la polizia ebbe finito con lui, Voerhoven disse ai suoi due compagni di tornare al Range Rover mentre lui si occupava dei giornalisti, pronti come un coro che aspetta il suo direttore.
“È stato un brutto momento per me e non ho pronta nessuna dichiarazione particolare, ma sono sicuro che voi avrete un sacco di domande.” Quando parlò, il suo leggero accento straniero e la voce naturalmente accattivante crearono immediatamente un’aura di credibilità, mentre gli occhi azzurri illuminati dalle violente luci delle telecamere catturavano l’attenzione di tutti i presenti.
“Viste le recenti proteste della PEAL contro la Petromax Oil non le sembra un’ironia della sorte che sia stato proprio lei a scoprire questo incidente?” La domanda giunse da una cronista locale, non da uno dei grossi nomi, azzittiti dalla voce gracchiante della donna.
“Ironia? Direi piuttosto che quello che è successo stasera è una tragedia.” La liquidò sommariamente per poi rivolgersi a un conduttore della CNN che aveva dato una buona copertura alla PEAL nelle ultime settimane, dopo che la loro nave, la Hope, era entrata nel Prince William Sound.
“Dottor Voerhoven, qual è la sua reazione personale a quanto accaduto qui stasera e qual è la reazione ufficiale della sua organizzazione?”
Come si aspettava, Voerhoven aveva appena ricevuto dal giornalista della CNN lo spunto per mettere in scena il suo teatrino.
“Come mi sento? A dire il vero sono spaventato a morte. L’autista di quel camion stava viaggiando a una velocità troppo elevata per queste condizioni, indice di un atteggiamento sbagliato da parte dell’azienda per cui lavorava. La Petromax Oil ha dimostrato stasera di non essere in grado di garantire la sicurezza nel trasporto di qualche migliaio di litri di benzina su un’autostrada molto frequentata, e si accinge a pompare milioni di barili di greggio nell’ambiente incontaminato del Rifugio della Fauna Artica.
“Stasera la Petromax ha distrutto solo una piccola porzione di un fiume glaciale che la natura saprà ripulire, ma cosa succederà quando questa stessa azienda causerà un incidente nel North Slope? L’irresponsabilità di un uomo ha conseguenze che possiamo affrontare, ma gli interventi dell’azienda che rappresentava influenzeranno per molto tempo il nostro futuro. Quando la Petromax e le altre compagnie petrolifere avranno trasformato il Rifugio in una distesa maleodorante di melma nera, tutte le dita saranno puntate su di loro, ma ormai sarà troppo tardi.”
“E per quanto riguarda la posizione ufficiale di PEAL, siamo qui per vigilare affinché ciò non accada.” Voerhoven fece un cenno di saluto a un altro giornalista di grido.
“Quando il Presidente ha annunciato che avrebbe sospeso le importazioni di petrolio, la PEAL non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali, ma da quando è stato dato l’accesso al Rifugio per la Fauna Artica la vostra organizzazione si è fatta sentire parecchio sull’argomento. Vuole darci un suo commento?”
Voerhoven sorrise, con gli occhi che gli brillavano per il godimento. “Le due notizie sono arrivate così ravvicinate che non abbiamo avuto il tempo di reagire.” I giornalisti gongolavano. “Naturalmente, salutiamo con un applauso la sospensione delle importazioni di petrolio. Togliere anche una sola petroliera dall’oceano è già una vittoria, e diamo il nostro pieno appoggio alla ricerca sulle energie alternative. Tuttavia, già a poche settimane dall’annuncio del Presidente ci siamo resi conto che quella vittoria ha un prezzo. Arrendendosi con tanta rapidità al potere della lobby delle compagnie petrolifere, il Presidente ha mostrato di non essere seriamente impegnato nella tutela dell’ambiente. Quando il periodo di dieci anni sarà concluso e non avremo ancora a disposizione una fonte di energia alternativa realmente utilizzabile, potete star certi che le compagnie petrolifere saranno lì, pronte a ricominciare a vendere il loro veleno.”
“E cosa pensa della ricerca portata avanti dal Johnston Group, fondato dal Presidente della Petromax Oil, il cui unico fine è quello di trovare una soluzione alternativa alla dipendenza del mondo dal petrolio?”
Gli occhi di Voerhoven si piantarono in quelli del giornalista che gli aveva rivolto la domanda. “Faranno parecchio baccano, assicureranno di essere sul punto di divulgare una grande scoperta, ma poi tra dieci anni non avranno da mostrarci un bel niente. Il Johnston Group chiuderà i battenti in quattro e quattr’otto senza fare troppo rumore. E Max Johnston continuerà a fare affari con il petrolio.”
La durezza della risposta di Voerhoven suscitò una domanda ancora più stringente da parte del reporter: “E come risponderebbe all’accusa che viene mossa alla PEAL di essere una banda di eco-terroristi?”
“Lei chiama la mia organizzazione una banda di eco-terroristi.” Voerhoven era furioso. “Ma ha dato un’occhiata al camion che è precipitato oltre il guardrail e che ha versato migliaia di litri di benzina nel fiume? Sulla cisterna non c’è il logo della PEAL. C’è scritto Petromax Oil. Non datemi del terrorista, sono loro che stanno distruggendo il pianeta.”
“Dottor Voerhoven, lei sa cosa voglio dire. Sono in molti a ritenere che le strategie messe in atto dalla PEAL per promuovere la coscienza ambientale globale siano al limite degli atti terroristici.”
Voerhoven lanciò la sua sfida. “Com’è che quando qualcuno combatte per dei principi con i quali si è in disaccordo lo si definisce terrorista mentre quando si simpatizza per quella causa si dice che combatte per la libertà? Nel mondo di oggi il contesto non definisce più il significato. Oggi è tutta questione di percezione. I metodi e gli obiettivi di PEAL sono estremi? Per qualcuno certamente sì, ma chiamarci terroristi significa schierarsi contro l’ambiente. Se ritenete che non valga la pena combattere per la salute del nostro paese allora sì, siamo degli eco-terroristi. Ma per quelli che ritengono giusta la nostra causa e necessari i metodi che adottiamo, siamo combattenti per la libertà impegnati in una guerra che salverà il grembo materno che ci ha dato la vita.
“Per vincere questa guerra dobbiamo vincere tutte le battaglie, nessuna esclusa. L’Alaska è sul punto di subire un attacco devastante da parte delle compagnie petrolifere concentrate sui loro profitti, e PEAL è qui per aiutarla a difendersi. Ma come abbiamo appena visto, la natura non è del tutto priva di difese. Ha detto la sua. Le compagnie petrolifere e la loro ansia di distruggere tutto non sono tollerabili.” Senza aggiungere una sola parola, Voerhoven distolse lo sguardo dalle telecamere e si avviò con passo deciso verso il Range Rover.
Quella notte un uomo era morto nell’incidente, lasciando una vedova e due figlie piccole, e mentre i giornalisti sistemavano le loro attrezzature, provavano quasi un senso di soddisfazione. Tale era il potere dell’oratoria di Jan Voerhoven.